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5 marzo, 2013

«Grazie Ale che ci fai piangere»

A guardarlo da lontano mentre passava da un abbraccio all’altro, Alessio Romagnoli sembrava appena uscito da una brillante seduta di laurea, non fosse che ai cancelli dell’Olimpico nessuno lo aspettava con i fiori. Elegantissimo nel suo completo d’ordinanza (non si è concesso nemmeno la cravatta allentata), il co-protagonista della notte di Roma-Genoa è stato l’ultimo a lasciare lo stadio, dopo una buona mezz’ora di tappe fra telecamere e microfoni a ripetere che «no, non me l’aspettavo proprio una serata così» e che «il gol è per mio padre e mia madre». I destinatari della sua dedica lo aspettano un po’ in disparte vicino al cancello, quando arriva si scambiano un saluto breve, giusto il tempo di un bacio e qualche parola sussurrata, poi si avviano alla macchina perché è quasi l’una e di strada per Nettuno ce n’è un bel po’. Il lunedì si lavora, mica si può fare festa perché tuo figlio diciottenne ha segnato il suo primo gol in Serie A. Sarà che la notte s’è mangiata il tempo e l’ha rovesciato mettendo insieme la prima volta di Romagnoli e la duecentoventicinquesima di Totti, ma la passeggiata verso il parcheggio si presta a quattro passi nel passato che da così poco è stato presente: «Ma ci pensi che sembra ieri che stavamo a vederlo a Buonconvento quando giocava nei Giovanissimi di Montella?». Ci pensa sì il papà Giulio, presenza fissa alle partite di Alessio e che spesso va a vedere i suoi ex compagni in Primavera nonostante lui quest’anno non ci sia sceso neanche una volta. «Ale ha sempre avuto in testa soltanto il pallone – racconta la mamma -. Fin da piccolissimo, era il solo giocattolo che volesse. A casa abbiamo un piccolo giardino, ho dovuto metterci un secchio per tutti i suoi palloni». Talento precocissimo, Romagnoli, accompagnato a scuola calcio prima ancora che all’asilo: «Ce lo portavo con il passeggino. Mi ricordo che gli mettevo dei minuscoli scarpini e andavamo a piedi. Fortuna che il campo del San Giacomo Nettuno sta a sei-settecento metri da casa nostra». Il luogo ideale per farsi trovare da Bruno Conti, che l’ha visto giocare bambino e l’ha portato alla Roma appena si è formato il gruppo dei ’95. Da allora papà, mamma e fratello maggiore si alternano per accompagnarlo al Bernardini, anche perché lui fra scuola, allenamenti e trasferte non ha ancora avuto il tempo di prendere la patente. Contro il Genoa aveva giocato una delle sue prime partite importanti, quella che nel maggio 2010 qualificò alle finali scudetto gli allora Giovanissimi di Montella: finì con i rigori a oltranza, Alessio da buon capitano si presentò sul dischetto e segnò il suo. A spezzare il sogno scudetto ci si mise il Milan di Cristante: due anni e mezzo dopo, Alessio e Bryan si sono ritrovati alla Domenica Sportiva, solo che il rossonero era in studio a ricevere il premio di miglior giocatore del Viareggio e il romanista commentava dall’Olimpico il suo primo gol in Serie A. Dopo la sua notte speciale è rimasto a Roma ospite di alcuni amici, prendendosi pure un giorno di vacanza dalla scuola. «Ma Alessio è sempre andato molto bene – dice orgogliosa la mamma -. Non lo abbiamo mai dovuto riprendere perché studiasse di più. Montella era fierissimo delle sue pagelle, ha sempre avuto voti alti, soprattutto in matematica». Anche se non c’è mai stato verso di distoglierlo dal calcio: «Macché, voleva fare solo quello. E fin da piccolissimo ha sempre avuto una passione per gli scarpini, lo portavo nei negozi e lui stava lì a guardare queste pareti piene di scarpe di tutti i colori». Sarà per questo che le foto del primo gol in A lo ritraggono con un paio di scarpini azzurri (e bianchi, vabbè), scelta cromatica ai limiti dell’irriverenza. Il Romanista

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