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18 dicembre, 2012

Arbitrare non è obbligatorio

Davanti agli occhi dei romanisti, calciatori e tifosi, c’è ancora la nebbia di Verona. Perdere in quel modo fa male e crea nervosismo. Il furto subdolo è meno digeribile di quello conclamato, spavaldo e illuminato dai riflettori. Siamo certamente abituati alle ingiustizie e agli errori arbitrali. Ma mai come in questo campionato abbiamo vista tanta superficialità e incapacità. E in tutti i campi non solo in quello impegnato dalla Roma. Urgono rimedi rapidi! Noi, per ciò che ci riguarda, abbiamo capito da Roma – Fiorentina e dal gravissimo fallo su di un Pjanic a terra, che i nostri giocatori non sono tutelati dalle terne arbitrali come dovrebbero. Falli di quel tipo – da rosso diretto – non possono avvenire davanti agli occhi del giudice di gara e passare impuniti. A Verona ci è toccato subire una rete in netto fuorigioco e vedere non fischiati due falli da rigore, uno su Balzaretti e l’altro su Totti. Al Capitano poi è stato riservato un trattamento da parte degli avversari che fa il paio con l’atteggiamento strafottente dell’arbitro Bergonzi. Che è arrivato addirittura ad ammonire per proteste il Capitano. Tutto questo detto, la Roma è risultata lenta e ha giocato molto male, se si esclude un grandissimo Pjanic e un Piris sempre più in crescita. Nervosi e confusi. Una confusione aumentata negli schemi e sul campo dopo i cambi di Zeman che facendo uscire a distanza di poco tempo l’uno dall’altro sia Pjanic che Totti ha privato sia la zona destra sia quella sinistra di creatività e sostanza. Pur nella peggiore giornata della stagione, e pur ammonito, Totti è sempre prezioso. E sull’insostituibilità di Pjanic prima o poi scriveranno dei libri. Siamo tanti, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, e c’è tanta qualità. Lamela e Destro meritavano senza dubbio di entrare, e avrebbero potuto portare lì davanti un po’ di movimento. Ma a Verona era anche Osvaldo a lasciar molto a desiderare. L’ingresso di De Rossi dalla panchina poi è stata una spolverata di zucchero a velo amaro sul Pandoro già bruciato nel forno. Insomma una giornata no. Di quelle che durano per tutto il viaggio di ritorno. E l’umore dei giocatori è stato tangibile anche da parte dei tifosi presenti all’aeroporto nella lunga attesa prima dell’imbarco per Roma. Sparsi nei negozi a “gironzolare” per perdere tempo tra un caffè e un profumo, tra un pensiero di Natale e una vetrina di cellulari nuovi di zecca, i campioni giallorossi hanno mugugnato e in maniera anche sorprendente hanno accettato di scambiare qualche parola con i giornalisti presenti. Come ha fatto Daniele De Rossi alle prese con la ricerca di un pc momentaneamente smarrito, sereno e sorridente nonostante di motivi per essere sereno e sorridente, motivi professionali s’intende, ce ne siano ben pochi. È partito dalla panchina per la seconda volta di fila in campionato (nonostante Zeman sabato a Trigoria avesse detto di averlo visto bene sia di testa che di fisico in settimana), è entrato al posto di Bradley negli ultimi 20’, è stato costretto a giocare da difensore centrale per via dell’infortunio di Marquinhos e ha assistito alle decisioni di Bergonzi di cui abbiamo detto già tutto. Ieri Prandelli ha detto che Daniele non è contento, lo aveva già fatto Baldini nel post partita e, in fondo, non c’era neanche bisogno che lo certificassero loro. Quale giocatore è contento di non giocare? Quale giocatore, che negli ultimi 6 anni (almeno) è stato uno dei leader di una squadra, accetta di buon grado la panchina? Nessuno. Tantomeno Daniele De Rossi. Che in questo è un giocatore assolutamente normale. Non lo è in campo, non lo è mai stato in questi anni, anche se adesso magari fa più fatica a dimostrarlo. A Verona era convinto di giocare, la formazione annunciata da Zeman negli spogliatoi del Bentegodi per lui è stata una doccia fredda. Più fredda del gelo che c’era allo stadio. Nonostante questo però Daniele ancora non parla. Glielo chiedono, lui preferisce il silenzio. Sorride, nell’aeroporto dedicato a Catullo. Poi sale sul volo coi compagni (tranne Osvaldo, corso a Firenze dalla figlia appena nata), arriva a Roma intorno alle otto e un quarto, saluta tutti e se ne va. Coi suoi pensieri che si perdono nella notte. Il Romanista

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