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15 novembre, 2012

Santarini: «Manca la serenità»

Filed under: campionato — U.C. @ 11:44 am

Nonostante la nostra chiacchierata ruoti, in generale, intorno al momento non facile che la squadra sta attraversando, non riesce proprio a non tornare sul derby, Sergio Santarini, uno dei capitani di lungo corso della Roma (tredici stagioni, dal ’68 all’81, e un numero di presenze in maglia giallorossa che lo vede ancora terzo in graduatoria dopo Francesco Totti e Giacomo Losi). Non gli va giù quell’espulsione di Daniele De Rossi. «Per carità, il cartellino rosso ci sta – dice – ma non credo che fosse un fallo cattivo, il suo». E ci spiega, dal proprio punto di vista, perché l’arbitro ha sbagliato. «Mauri, che lo strattonava e lo tirava per la maglia in quella maniera, al centro dell’area, e mentre la palla era in viaggio, che cos’è? Non è rigore? ». Difficile dargli torto. «Daniele si è innervosito e gli ha dato quel cazzotto perché lui non lo lasciava – continua Santarini. – Ai miei tempi, una trattenuta del genere neanche ce la sognavamo, perché era calcio di rigore sicuro. E dovrebbe essere così anche oggi, perché il regolamento parla chiaro. Dal momento in cui la palla è in volo, e quindi il gioco è ripreso, tutto ciò che accade può essere sanzionato». Quanto alla sfida nel suo complesso, ha le idee chiare. «Domenica, visti i primi venti minuti, ho pensato che la squadra avrebbe fatto ben altra partita. Con la pioggia, invece, la Lazio ha dimostrato di avere giocatori più forti fisicamente, e la Roma non ha più giocato o si è limitata a spazzare via il pallone dall’area». Può il terreno pesante costituire una giustificazione, come dice il tecnico? O non è piuttosto una colpa non avere soluzioni alternative in casi come quelli? «La squadra è certamente sembrata più leggera rispetto alla Lazio. E dire che, alla fine, si è addirittura presentata l’occasione per pareggiare, nonostante si fosse giocato più di un tempo in inferiorità numerica… La riprova che l’espulsione di De Rossi ha pesato e tanto». Di certo, il momento è delicato. A cosa va attribuita questa situazione? Scarsa convinzione di qualche giocatore rispetto al sistema di gioco? «La mia impressione è che manchi serenità. Che gioca sempre un ruolo non indifferente. Senza questa, è difficile che vengano i risultati ». Spesso, in questi casi, si ricorre all’esonero del tecnico. La Roma non sembra però intenzionata a farlo. «Mi sembra giusto. E’ però vero che se i giocatori hanno perso fiducia nell’allenatore, un pensierino bisognerebbe farlo. Mi ricordo quando con Liedholm raccogliemmo solo 2 punti nelle prime 6 partite (stagione ‘74/75, ndr). E stavamo giocando benissimo! A quel tempo, ci fu anche chi chiese la sua testa. La società lo difese, soprattutto perché fummo noi giocatori ad opporci ad un suo esonero. Ci riprendemmo e alla fine arrivammo terzi. In un campionato che se fosse iniziato in altro modo, senza perdere tutti quei punti, chissà dove ci avrebbe visto alla fine… Fu comunque la dimostrazione che se una squadra è unita intorno al proprio allenatore, i risultati arrivano. Senza contare che sostituire la guida tecnica, il più delle volte, si rivela rimedio peggiore del male». Si è parlato molto di De Rossi e dei suoi presunti attriti con il tecnico riguardo alla posizione da occupare in campo. «Se sono veri, è grave. Io penso che un giocatore sia tenuto a fare ciò che l’allenatore gli chiede, perché è lui che ha la responsabilità tecnica della squadra. E anche De Rossi si deve impegnare in tal senso». Un altro caso è quello di Pjanic, giocatore dalle indubbie qualità tecniche, al quale Zeman preferisce però altri, da Florenzi a Bradley. «L’allenatore ha il dovere di considerare tutti, senza dire “questo non lo vedo”, tanto più quando è in ballo un patrimonio della società. Oggi è forse più difficile, visto che i giocatori sono di più rispetto ad un tempo. Oltre a ciò, oggi si parla tanto di schemi. Ma il calcio, per me, è così variegato e libero, che non è possibile “ingabbiarlo” all’interno di schemi». Molti ritengono che l’essere stati giocatori, soprattutto se a un certo livello, possa fare la differenza anche da allenatori. Non a caso, proprio chi non lo è stato, è spesso schiavo di un solo modo di intendere il gioco, senza possibilità di deroghe o adattamenti, anche con un organico “non adatto”. «Effettivamente, se uno ha giocato a certi livelli e al proprio bagaglio di allenatore aggiunge l’esperienza fatta da giocatore, può dare qualcosa di più alla squadra. Ma non voglio entrare in polemica con chi il calcio non lo ha giocato, perché può avere dei successi ugualmente. Ma forse dipende anche dalla qualità degli uomini a disposizione. Liedholm diceva sempre “Per essere grandi allenatori, bisogna avere grandi giocatori”». Si può guardare avanti con ottimismo, o – al punto in cui si è – si deve cominciare a preoccuparsi? «Un po’ mi preoccuperei, anche se per adesso aspetterei di vedere come la squadra reagisce. Ammetto anche che oggi non viene più dato il tempo di assemblare una squadra, farla crescere con qualche innesto il secondo anno, e poi al terzo puntare più in alto. Com’era un tempo. Oggi, anche solo dopo le prime amichevoli, bisogna già essere da scudetto. Ci vorrebbe più pazienza. Ma vaglielo a dire, a quanti guardano le partite in televisione…». Il Romanista

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