Ma chi è questo Scarpellini?: da un paio di settimane l’interrogativo corre di bocca in bocca nel pettegolezzaio della città più chiacchierona d’Italia. La risposta è decisa quanto vaga: “Un palazzinaro”. A Roma, equivale a dire tutto e niente. Nel senso che i costruttori edili, dai Torlonia in giù, prima sotto l’ala dei papi poi, venuta la Repubblica, sotto quella dei sindaci, hanno sempre goduto fama di grande esclusiva ricchezza, ma, soprattutto, di un rispettoso riserbo. Eh, sì, perché in una città quale l’Urbe, a voler praticare con successo l’edilizia, che novanta casi su cento si traduce in feroce competizione di speculatori, occorre poter contare sulle bocche cucite. Ancor prima che sul finanziamento bancario. Chi s’intende di cose romane avrà notato che dei ‘palazzinari’, in città, si parla, sì, ma con fare sornione e allusivo. In genere, si mormora. Va detto, per capirci bene, che questi uomini del mattone, grandi fusti dell’unica vera industria romana, fanno del loro meglio per aderire alla regola del silenzio: meno se ne parla, più appalti si ottengono. Ora, Sergio Scarpellini, che è palazzinaro dell’ultima generazione (molto prima vengono e con maggior storico prestigio i Caltagirone, i Mezzaroma, i Parnasi & Calò), ha provveduto con grande impegno a riguadagnare le prime piazze: immobiliarista e costruttore, pur di farsi avanti, si è improvvisato gestore di locali e mense al servizio del Parlamento. Sempre rispettosissimo, anche lui, della regola canonica: pur che non si parli troppo di voi. Come si spiega allora il gran ciacolare (il primo a stupirsene è lo stesso Don Sergio) che da un po’ si fa intorno alla sua riservata persona? Ma è chiaro: è lui che ha fornito il terreno su cui dovrebbe sorgere il nuovo stadio della Roma, e quando viene in ballo la Magica non c’è più riserbo che tenga: si scatena il finimondo. Si avventano come falchi da ogni parte i media e il povero Don Sergio s’interroga e mi interroga:«Ma guarda che mi doveva capitare?». Scarpellini e il sottoscritto si conoscono da tempo per via di un debole in comune, quello delle corse. Debole? Si fa per dire. Lui foraggia, sereno e imperturbabile, quasi 200 purosangue distribuiti tra Capannelle e San Siro, affidati alle cure di sei o sette allenatori. Io, dal mio cantuccio, mi ostino da tutta una vita a inseguire, ostentando arie da poeta del turf, vincenti sempre più inafferrabili. In compenso, siccome l’ippica ha il gran pregio di ‘agguagliare le regge alle capanne’, quando uno dei campioni della Nuova Sbarra (si chiama così la scuderia di Don Sergio) vince, io vengo ammesso al brindisi di rito alla tavola del proprietario in estasi. Va ora detto che a tavola Scarpellini è sempre bien entouré. Sì, perché, specialmente al galoppo, le corse conservano o almeno cercano di conservare le costumanze di un tempo. E le distanze che, però, repentinamente cadono in caso di vittoria. Ora si parla e si mormora in giro di uno Scarpellini, spietato imprenditore in attesa che Alemanno e Marrazzo facciano con le loro favorevoli delibere lievitare il prezzo della Monachina. Ce lo s’immagina con la grinta dentata dello squalo, col piglio dispotico e satanico del tycoon, in procinto di scattare sulla preda. Probabilmente, sarà anche così. Sta di fatto che io, ospite della tavola scarpelliniana al ristorante di Capannelle, me lo figuro in tutt’altro atteggiamento. In maniche di camicia (si libera appena può, sotto lo sguardo orripilato del grand patron Enzo Mei, del blazer d’ordinanza), rosso nel volto da puffo benefico, si protende verso lo stuolo degli amici plaudenti. E dovreste vedere il gesto, sovrano davvero, con cui libera la boccia dal tappo per dar sfogo allo zampillo dello champagne: un palazzinaro?, macché il Re Sole alla tavola del Grand Condé. Sto esagerando nell’enfasi?. Più che probabile, dato che io di Don Sergio sono amico ed assertore, dato che sovente, su suo consiglio, arrivo à toucher un joli gagnant. Inclino per tanto a vederlo nei panni del compagno di avventure turfistiche e non in quelli (che probabilmente veste, sennò come farebbe a mantenere tanti cavalli) dello spietato imprenditore che, fiutato l’affarissimo, va ora in giro con la favoletta della Roma da salvare. E mi riesce ancora più difficile credere alle sue parole, quando dice: «Se alla Sensi la cordata non riesce, io il terreno me lo riprendo!». Di contro, conoscendolo, sono portato a credere che per Rosella, che vede come una fanciulla gracile ma capace, nutra una forte, paterna simpatia. E non me la sento neppure di pensare che, constatando la bontà delle mosse con cui la gracile fanciulla ha messo d’accordo il diavolo col padre nostro, Veltroni con Letta prima e poi Alemanno con Marrazzo, si sia ritratto disgustato. No, non è il tipo. Se si trova a tavola, ne approfitta, con garbo. Il Romanista
7 ottobre, 2009
Squalo o filantropo
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